Читать онлайн Le avventure di Čičikov, 1925 бесплатно
Una poesia in due paragrafi con un prologo e un epilogo
– Tienilo, tienilo, idiota!, – urlò Čičikov1 a Selifan2.
– Ora ti becchi un colpo di sciabola3!, – urlò il corriere4 con dei baffi lunghi un metro5, galoppando verso di loro. – Non vedi, che il diavolo ti strappi l’anima, che questa è una carrozza di altolocati?
Prologo
Uno strano sogno… Come in un regno di ombre, sopra l’ingresso del quale tremolava una lampada perpetua con la scritta “Anime Morte”, il burlone Satana aprì le porte. Il regno dei morti si agitò e ne uscì un’infinita processione di anime.
Manilov6 in pelliccia su grandi orsi, Nozdrëv7 in carrozza altrui, Deržimorda8 su un idrante, Selifan, Petruška9, Fitin’ja10…
E l’ultimo a muoversi fu Pavel Ivanovič Čičikov nel suo rinomato calesse.
E l’intera banda si trasferì nella Rus’ sovietica, dove accaddero eventi sorprendenti. E quali furono questi eventi, lo scopriremo a seguire.
1
Dopo essere passato dal calesse all’automobile a Mosca e aver volato attraverso i dirupi di Mosca, Čičikov maledisse con improperi Gogol’:
“Che a quel figlio del diavolo venga una vescica sotto ogni occhio grande come una ciocca di capelli! Mi ha rovinato la reputazione, l’ha rovinata così tanto che non posso nemmeno farmi vedere. Dopotutto, se scoprono che sono Čičikov, mi cacceranno subito! E buona fortuna, non appena lo scopriranno, altrimenti, Dio non voglia, resterò bloccato alla Lubjanka. E tutto per Gogol’, che gli venga a lui e alla sua famiglia…”.
E pensando così, entrò nei cancelli dello stesso albergo da cui era uscito cento anni prima.
Era tutto assolutamente uguale: gli scarafaggi spuntavano dalle fessure, e sembravano addirittura di più, ma c’erano anche alcuni piccoli cambiamenti. Per esempio, al posto della scritta “Albergo”, c’era un manifesto con la scritta: “Dormitorio N° tal dei tali”, e, naturalmente, c’era una tale sporcizia e disgusto che Gogol’ non avrebbe mai nemmeno immaginato.
– Vorrei una ul!
– La sua prenotazione?
Il geniale Pavel Ivanovič non si è confuso nemmeno per un istante.
– Mi chiami il direttore!
Bum! Il direttore era una vecchia conoscenza: lo zio Pimen il Calvo, che un tempo gestiva il bar Akul’ka11 e ora aveva aperto un ritrovo in stile russo in via Tverskaja con tocchi tedeschi: aršade12, balsami e, naturalmente, prostitute. L’ospite e il direttore si coprirono di baci, bisbigliarono su chissà cosa e la faccenda si risolse in un batter d’occhio, senza alcuna prenotazione. Pavel Ivanovič mangiò tutto quello che Dio aveva da offrire e volò via a cercare lavoro.
2
Appariva ovunque e affascinava tutti con i suoi inchini leggermente obliqui e la colossale erudizione per la quale si distingueva sempre.
– Riempia il formulario.
Diedero a Pavel Ivanovič un formulario lungo un metro13, su cui erano poste un centinaio di domande tra le più insidiose: da dove veniva, dove era stato e perché?
Pavel Ivanovič rimase seduto lì per meno di cinque minuti prima di compilare l’intero modulo. Solo la sua mano tremava mentre lo consegnava.
“Bene,” pensò, “ora leggeranno che tesoro che sono, e…”
E non successe assolutamente nulla.
Innanzitutto, nessuno lesse il formulario, in secondo luogo finì nelle mani della signorina che registrava i moduli, che se ne sbarazzò come al solito: lo fece passare nella posta di uscita invece che in quella di entrata e poi lo ficcò subito da qualche parte, così che il formulario scomparve nel nulla.
Čičikov sogghignò e cominciò a lavorare.
3
E poi le cose diventarono sempre più facili. Per prima cosa, Čičikov si guardò intorno e vide che, ovunque guardasse, c’era un suo simile. Si diresse di corsa all’ufficio dove dicevano distribuissero le razioni di prodotti alimentari e sentì:
– Ti conosco, Skaldyrnikov14: prendi un gatto vivo, lo scuoi e poi me lo spacci per razione! Dammi piuttosto un carré di agnello con la polenta. Perché non mangerò la tua rana da razione, anche se la ricopri di zucchero, e non mangerò nemmeno un’aringa marcia!
Lo guarda: ma è Sobakevič15!
La prima cosa che fece questi quando arrivò fu chiedere le razioni. E le ottenne! Le mangiò e chiese un supplemento di razione. Glielo diedero. Non basta! Gliene diedero un secondo; ne aveva mangiato uno normale, gli diedero una razione superabbondante. Ancora non basta! Gli diedero una specie di bomba. La divorò e ne chiese ancora. E lo chiese facendo una scenata! Insultò tutti chiamandoli venditori di Cristo, disse che uno è più truffatore dell’altro e dirige i truffatori, e che l’unica persona perbene lì era il segretario di cancelleria, e pure lui, a dire il vero, era un porco!
Gli diedero una razione da accademico.
Appena Čičikov vide Sobakevič gestire le razioni, si trovò subito un lavoro analogo. Ma ovviamente superò Sobakevič. Procurò razioni per sé, per la moglie e il figlio inesistenti, per Selifan, per Petruška, per quello stesso zio di cui aveva parlato a Betriščëv16, per la sua vecchia madre, che non era più in vita. E per tutti, razioni accademiche. Così, le provviste alimentari iniziarono a consegnargliele tramite camion.
Dopo aver risolto la questione del cibo, si diresse in altri enti per trovare un posto.
Un giorno, mentre viaggiava lungo la via Kuzneckaja17, incontrò Nozdrëv. Questi per prima cosa disse che aveva già venduto sia l’orologio che la catenella. Ed in effetti, non aveva indosso né l’uno né l’altra. Ma Nozdrëv non si scoraggiava. Raccontò di quanto fosse stato fortunato alla lotteria, vincendo mezza libbra di olio vegetale, un vetro per lampada e delle suole per scarpe da bambino, ma di come in seguito fosse stato sfortunato e, maledizione, ci abbia rimesso di suo seicento milioni. Raccontò di come avesse proposto al Vneštorg18 di esportare una partita di autentici pugnali caucasici. E lo fece. E avrebbe fatto una fortuna, se non fosse stato per quei mascalzoni, gli inglesi, che videro la scritta “Maestro Savelij Sibirjakov19” sui pugnali e li rifiutarono tutti. Trascinò Čičikov nella sua ul e gli offrì un cognac meraviglioso, presumibilmente importato dalla Francia, in cui, tuttavia, il samogon20 era palpabile in tutta la sua intensità. E infine, mentì così tanto che iniziò a insistere di aver ricevuto ottocento aršin21 di tessuti, un’auto blu con decorazioni dorate e una prenotazione per un appartamento in un palazzo con colonne.
Quando il genero Mižuev espresse dei dubbi, lo insultò, ma non chiamandolo Sofrone22, bensì semplicemente bastardo.
In una parola, aveva stufato Čičikov al punto che non sapeva nemmeno come liberarsene.
Ma i racconti di Nozdrëv gli diedero l’idea di dedicarsi lui stesso al commercio estero.
4
E così fece. E di nuovo compilò il modulo e cominciò ad agire, ostentando tutto il suo splendore. Condusse montoni oltre il confine con un doppio cappotto di pelliccia di pecora, con sotto merletti di Brabante; portava diamanti nelle ruote, stanghe, orecchie e chissà dove altro.
E ben presto ebbe come capitale cinquecento arance.
Ma lui non si calmò e presentò una domanda alle autorità competenti, dichiarando di voler affittare una certa impresa e descrivendo con estrema dovizia di particolari i vantaggi che ciò avrebbe portato allo Stato.
L’ufficio era sopraffatto dall’entusiasmo: il profitto era davvero colossale. Chiesero il nome dell’esercizio. Nessun problema. Sul viale Tverskoj, proprio di fronte al monastero Strastnoj, attraversando la strada, si chiama “Pampuš’ sul Tverbul’23